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San Marco Argentano - Polis

 

 

 

14 settembre 2014

 

Lettere “aperte”?

Una lettera si definisce “aperta” quando può essere veicolata in ogni direzione, ovvero quando chiunque ne può prendere visione, senza restrizioni di sorta, in modo tale che la legga il destinatario con la testimonianza dell’intera comunità.

Se, viceversa, viene racchiusa nel cassetto della propria scrivania (qualora se ne possieda una e la si adoperi per il suo scopo) o nei confini ristrettissimi di una pagina anonima sperduta nella mescolanza oceanica di un social network, la lettera diventa una droga per le proprie piccole ambizioni, una battuta per la recitina del personaggio di cui si è autori infelici e pessimi attori, un dito impertinente per titillare furtivamente il proprio punto G, la testimonianza di un’obbedienza cieca ed irrazionale, l’escremento del terrore generato dal livore di qualche padrone che ordina e si nasconde.

Tra le possibili armi di aggressione, la penna è certamente fra quelle più pericolose. Per sé e per gli altri. Perché la penna è uno strumento che va adoperato da mani adatte e da menti aperte e libere. È questa la nozione di fondo che ho sempre cercato di far capire ad una certa categoria di alunni. Ma i precetti, si sa, cadono spesso nel vuoto quando si ha di fronte non altro che il vuoto.

La penna si può usare avendo alle spalle un retroterra di tutto rispetto. Quando, viceversa, si proviene dal giogo del servaggio gratuito e i personaggi di riferimento hanno dimensioni tali da essere individuati solo attraverso il microscopio a scansione, è il caso che si cerchi altro attrezzo più confacente al fisico e alla psiche.

Importante, in ogni caso, è anche scegliere il tempo e il momento giusto per le proprie sortite. È stata improvvida e sospetta la contemporaneità con i titoli dei quotidiani locali che riportavano in cronaca lo scorrazzare di grossi topi nel centro della città.

Chi pensasse che queste parole abbiano lo scopo di limitare le libertà individuali, commetterebbe un gravissimo errore. Per quanto mi riguarda, ciascuno può suicidarsi con l’arma che crede, dalla presunzione di esistenza fino al soffocamento per servilismo. Perché si può morire fisicamente, ma anche socialmente e moralmente. Ognuno può scegliere. Ricevere lo sghignazzo dei propri simili può risultare deleterio per le persone che abbiano un minimo di sensibilità. Altri ci ingrassano. Toh!?!

Un tempo, certa materia bruta era carne da fiera: la portavano a vendere sul mercato degli schiavi. Almeno aveva un prezzo e, quindi, un valore. Oggi, la si trova gratis, per vocazione. Basta che sia cieca e sciocca e, cioè che non veda e non capisca un beneamato piffero.

Allora, perché sprecarsi in attività che non si sanno fare? Se uno non è adatto al pensiero e alla scrittura, perché si ostina a cimentarvisi anziché trovare un’attività alternativa o una collocazione più consona? Ci sono ancora così tanti spazi vuoti nell’universo degli imbecilli, in considerazione del fatto che la loro genitrice è costantemente incinta. Lo sanno tutti. Tranne gli imbecilli.

Ma se così è, a chi comunico questi miei benevoli e salutari commenti?

Agli altri. È chiaro!

Luigi Parrillo