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San Marco Argentano - Polis

 

 

 

5 luglio 2013

Speriamo che non accada anche da noi

Gli ospedali periferici chiudono

e la gente muore in ambulanza

 

È accaduto pochissimi giorni fa a Roseto Capo Spulico. Un signore qinquantacinquenne, colpito – si ritiene – da infarto del miocardio, è morto in ambulanza, probabilmente a causa della distanza tra Roseto e l’ospedale spoke di Rossano. Il tempo intercorso tra i primi sintomi del malore e l’arrivo in ospedale è stato letale per lo sfortunato paziente.

Ecco che cosa si teme come conseguenza malaugurata della chiusura di quegli ospedali che riuscivano, per la loro collocazione strategica sul territorio, a dare risposte immediate alle urgenze della Descrizione: soccorsopopolazione.

Chi scrive può ancora godere della presenza di un familiare nella propria casa, grazie all’ospedale presente in città e alla competenza dei sanitari. Fu l’ospedale di San Marco a mantenere in vita (e, oggi, in salute) un familiare che, altrimenti avrebbe, se non perduto la vita, trascorso il resto dell’esistenza su una sedia a rotelle, non sappiamo con quanta lucidità mentale.

E chissà quanti altri casi il nostro bell’ospedale, ancora autorevole nelle sue funzioni e nel suo ruolo, avrà risolto brillantemente. Non solo per le competenze professionali, ma per l’accoglienza cordiale e, oserei dire, familiare, tipica dei piccoli nosocomi che maturano in simbiosi con il territorio e diventano essi stessi terapia psicologica per i pazienti.

I grossi centri sanitari, ancorché distanti territorialmente, esercitano una sanità spersonalizzata, dove il paziente è, per forza di cose, soltanto un numero che andrà a determinare i calcoli statistici sui quali si fonda prevalentemente la politica sanitaria del risparmio a tutti i costi, a fronte di sprechi incontrollati che producono la morte metaforica dei territori e quella fisica dei cittadini. I quali, se non muoiono per le cause in argomento, si suicidano per la disperazione.

La nostra città è quella che più di ogni altra soffre il disagio di una politica sanitaria sciaguratamente inadeguata. Al centro geografico di un territorio che vede due ospedali a cento chilometri di distanza l’uno dall’altro, si è visto chiudere un ospedale che serviva un bacino di utenza di oltre 45.000 persone, oggi costrette, se necessario, a rischiose corse verso il più vicino pronto soccorso, che troveranno affollato e rumoroso, con posti letto carenti e personale sanitario “incavolato” per fronteggiare situazioni da terzo mondo.

Ma questa è la sanità in Calabria: il frutto di una politica regionale tutta da rivedere nella forma e nella sostanza, come dire negli uomini e nelle cose che hanno (o non  hanno) saputo fare.

Se a tutto questo si aggiungono politiche comunali che lasciano il tempo che trovano, c’è da compiangersi come cittadini elettori e meditare sugli strumenti logici da mettere in campo per le prossime tornate elettorali e far sì che il ventaglio delle scelte si restringa di molto e metta a fuoco soggetti adeguati, in grado di dare le giuste risposte alle attese dei cittadini.

Secondo un noto proverbio, «sbagliare è umano, perseverare è diabolico»!

Luigi Parrillo